“Ognuno sta solo sul cuore della terra trafitto da
un raggio di sole: ed è subito sera”
E’ in questa atmosfera di solitudine che l’uomo vive
il suo essere gettato nell’esistenza soffocata dalla
banalità della quotidianità’, sino a perdere, come
nella metamorfosi di KAFKA, il suo aspetto umano.
Può, tuttavia, esserci un processo di riscatto
capace di fargli riscoprire il suo essere progettato
per l’esistenza?
L’esserci dell’essere, cioè dell’ente uomo e della
sua capacità di essere ciò che lui stesso sceglie di
essere, trova possibile risposta nella proposta
ermeneutica di Pier Augusto Breccia. Il suo mondo
estetico sollecita, appunto, il fruitore a farsi
parte attiva del gioco quanto mai stimolante e
coinvolgente dell’autosignificazione esistenziale.
La forma di Breccia è forma aperta, dove per
apertura si intende la capacità dell’artista di
restituire all’immagine una forma-parola che, pur
presentandosi in veste di oggetto reale e nel
contesto di uno spazio reale, non è circoscrivibile
alla sola realtà ed interiorità dell’artista stesso
ma si fa cifra significabile per tutti coloro che la
fruiscono. Subentra, in sostanza, la peculiarità di
trascendere la pura e semplice realtà in vista della
possibilità, dove possibilità è quella del fruitore
all’atto della autosignificazione esistenziale, di
individuare la verità o una parte di essa su se
stessi, per mezzo della partecipazione al grande
gioco estetico-ermeneutico.
Gioco, però, solo apparente!
Per l’artista esso è missione stimolatrice utile,
con la sua forma aperta, ad avvicinare la coscienza
dell’io alle proprie radici, per tentare di
riportare l’uomo ad una consapevole cognizione di se
stesso.