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Gli
ultimi lavori informali di Tonino CAPUTO sono la
quadratura di un cerchio che, considerato l’alto
spessore del suo fare artistico, è ‘sui generis’, poichè
sicuramente aperta a future, nuove e sorprendenti
sperimentazioni. La sua attenzione per l’informale
risale agli anni ‘50 ed è un’esperienza controcorrente!
Segni, macchie di colore si distendono su delle
impercettibili rugosità che sono parte del suo DNA: le
rugosità del tufo della sua Lecce che risalgono dagli
strati più profondi dell’inconscio. Il suo dripping,
poi, solo all’apparenza disordinato ed incontrollato,
rivela studi di architettura che imprimono alla sua
gestualità nascoste geometrie. E’ una pittura che pare
voler confermare il pensiero di Henry Miller: ‘disordine
è parola inventata per indicare un ordine che non si
capisce’. Un lavoro informale che fa trasparire
dall’alto una sorta di articolazione urbana: trame,
segni e linee si susseguono rendendo dinamico il piano
della tela, superandone i margini alla conquista di
spazi sempre più ampi. La maturità raggiunta
dall’artista in questa direzione si fa manifesta specie
nei lavori di piccolla dimensione dove lo spazio è
conquistato, controllato. Un approdo, questo, che
riporta alle parole di Manessier: ‘il non figurativo mi
sembra oggi l’unico stile che permette alla pittura di
riprendere contatto con la realtà; mediante l’essenza
della realtà e dello spirito si può risalire alla natura
e ai suoi principi informatori, cioè a Dio’. Ma
Caputo, da artista completo, maturo e coerente con il
suo percorso di ricerca, non ha mai tralasciato l’esoerienza
figurativa. Se nell’informale è possibile ritrovare
ipotesi di trame urbane, con l’esperienza figurativa ci
offre paesaggi urbani pervasi dalla poetica del
silenzio. Le sue New York sono quasi sospese, sipari in
attesa di alzarsi, corpi impenetrabili oltre i quali il
pensiero ti porta a fantasticare. L’artista con una
sorta di fermo immagine libera lo spazio urbano dalla
folla solitaria spingendo a riflettere sul vero
significato del luogo urbano: creato per facilitare la
aggregazione umana e non certo per ospitare esseri, non
comunicanti, in perenne movimento.
Maria Laura Perilli
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