'Così tra questa immensità s’annega il
pensier mio e naufragare m’è dolce in questo mare’
Il pensiero, dinnanzi alle
opere del maestro Mirko Pagliacci si volge
istintivamente all’infinito, perdendosi in sovrumani
silenzi ed interminati spazi, illuminati dai
bagliori di un caos, di una esplosione iniziale, un
big-bang che, per la Teogonia di Esiodo, è
addirittura antecedente al processo originatore
delle divinità: ‘
primissimo fu il caos, poi fu la terra dall’ampio
seno....e l’amore che eccelle tra gli dei
immortali’. Dunque dal caos al mito utilizzando la
lettura stratigrafica di Mirko Pagliacci!
I suoi miti sono concretizzati in iconografie
archeologiche, fluttuanti in assenza di gravità,
nella bianca luce di fondo delle sue tele;
iconografie protese a trovare nello spazio complessi
equilibri, sistemi di pesi e contrappesi,
bilanciamenti, in un sottile gioco che richiama il
lento vagare spaziale dei ‘mobiles’ di Calder.
E’ in questo impercettibile vagare di corpi ed
oggetti di antica memoria, alla ricerca di
equilibrio, che si nasconde parte dell’ampia
attualità di questo artista. Il mito, Dio, in un
contesto umano quale l’attuale, socialmente liquido,
non può che essere necessariamente riaffermato come
unico parametro di riferimento: è il punto fermo,
oasi nel deserto, isola del naufrago, amore!
L’amore, tuttavia, si nutre dell’ideale,
dell’immaginazione, come dice Zygmunt Bauman:
‘l’amore non è qualcosa che si possa trovare non è
un objet trovvè o un ready-made. E’ qualcosa che
richiede di essere creato e ricreato ogni giorno,
ogni ora; che ha bisogno di essere costantemente
risuscitato e riaffermato, e richiede attenzioni e
cure.’ Pagliacci lo coltiva con la sua arte, dove
l’uso metaforico delle iconografie archeologiche
recupera aspetti di una antica quotidianeità, dal
cratere, al kouroj allo schifos: l’artista facendoli
assurgere a simbolo del mito imprime, così, loro
l’aurea del Divino. E’ un processo che stigmatizza
il valore spirituale, sublime del gesto umano
laddove trova applicazione nella quotidianeità delle
piccole cose. E’ il modo che Pagliacci ha di
indicare un’arte del vivere alternativa alla odierna
vita di corsa, totalmente presa dall’economia
dell’esperienza e dell’effimero.
‘Se dietro di lui, come indica Duccio Trombadori ‘ci
sono validi suggeritori, che si chiamano Schwitters,
Man Ray, Rauschenberg, Kounnelis, Tano Festa e Mario
Schifano’ la sua tecnica è però personalissima. Lo
strappo dell’immagine, come nell’affresco, scelta
per veicolare l’altrettanto personalissimo
messaggio, si impone sulla tela coinvolgendo le
tessiture e divenendo tutt’uno con essa.Le parole
stesse dell’artista sono chiarificatrici: ‘Passo su
Picasso, su Sironi, vedo delle cose di Rauschenberg
degli anni ‘50 e allora strappo, violento l’opera,
la cancello, ed esce qualcosa di mio, solo mio’.